Angelo Scotto

ESBAT E LA NUOVA EPICA ITALIANA

 

1. Introduzione

Esbat di Lara Manni nasce come una fanfiction, ispirata al manga Inuyasha di Rumiko Takahashi. Per farsi un’idea delle vicende narrate in questo fumetto, la pagina di Wikipedia è più che sufficiente: l’opera della Takahashi, infatti, non si distingue né per una trama particolarmente complicata né per una profonda analisi psicologica dei personaggi; ciò che la rende degna di interesse è la descrizione di impatto di alcuni dei protagonisti, in particolare Naraku, il villain della storia, e Sesshomaru, il fratello del protagonista Inuyasha, che si distingue da quest’ultimo per essere un demone completo e potentissimo. I due personaggi si distinguono anche da tutti gli altri, il primo per l’intelligenza e l’astuzia dei suoi piani, con cui è in grado di manipolare alleati e nemici, il secondo per il disprezzo che prova per gli esseri umani, e che poco alla volta dovrà riconsiderare, costretto dagli eventi. Nonostante un appiattimento nell’ultima parte del manga – giunto proprio in questi giorni a conclusione dopo oltre dieci anni e 558 capitoli – queste caratteristiche li fanno svettare sopra gli altri personaggi, molto più banali e attaccati ai clichè degli shonen (i fumetti destinati ad un pubblico maschile adolescente).

Proprio Naraku e Sesshomaru sono tra i personaggi principali di Esbat, e le loro peculiarità avranno un ruolo importante. La storia in realtà si svolge solo in parte nell’universo fantastico creato dalla Takahashi; anzi, la mangaka stessa è una delle due protagoniste del romanzo della Manni.

La storia inizia infatti con Rumiko Takahashi che ha finalmente portato a termine l’ultimo capitolo dell’imponente fumetto: un finale all’insegna del buonismo, del trionfo del Bene sul Male, soprattutto un finale in cui, a forza di espedienti e forzature narrative, tutti i personaggi sono costretti a rispettare le ferree leggi morali che regolano le opere dell’autrice (tra cui: i bambini non possono morire, e infatti un ragazzino che per tutto il manga è stato sospeso tra la vita e la morte si salva con un sotterfugio incoerente con lo svolgimento precedente della storia)[1]. Ma qualcuno non è d’accordo: per la precisione, Sesshomaru, che fa il suo ingresso nella casa della donna. Come ciò sia possibile è spiegato facilmente: la mangaka trae le sue storie dai sogni che fa, ma quei sogni non sono semplici visioni oniriche, ma viaggi in altri mondi, e lei disegnando ha la capacità di influire sugli eventi di essi; così, ha influito sulla vita reale di Sesshomaru, di Inuyasha, di tutti quegli individui che credeva di aver creato lei ed erano invece esistenze autonome. Sesshomaru non accetta il ruolo che gli è stato riservato, sposo di una giovane umana, e tramite un rito, l’esbat, appunto, è arrivato nel mondo dell’autrice – il nostro mondo – per esigere un cambiamento. Questo lo spunto di partenza del romanzo, ma le vicende si evolvono rapidamente: Sesshomaru si era recato dalla donna in accordo con Naraku, interessato quanto lui ad un finale alternativo, che gli permettesse di sopravvivere, ma raggiunto questo obiettivo le mire dei due divergono velocemente, sino a trasformarli in acerrimi nemici. La battaglia fra loro sarà la partita a scacchi sullo sfondo della quale si muoveranno i destini delle protagoniste umane della storia: la Takahashi, che è stata convinta a cambiare il finale non con le minacce, ma carnalmente, e con questo metodo sente nascere una passione bruciante per Sesshomaru; ed Ivy, una adolescente italiana, classico modello di ragazza fragile e insicura, appassionata di disegno e di manga, emarginata dalle compagne di classe; sono proprio queste ultime, in uno scherzo di cattivo gusto, a coinvolgerla in una specie di rito esoterico che la renderanno in grado di comunicare con il mondo di Inuyasha, ad acquisire le stesse capacità della Takahashi; quando Sesshomaru e Naraku se ne rendono conto, anche lei viene coinvolta inesorabilmente nello scontro mortale tra i due. E molti altri, amici e parenti delle due donne, si ritroveranno loro malgrado invischiati in una storia troppo grande per loro.

Esbat è molto più di questo riassunto, prolisso e scarno allo stesso tempo. Non rivelerò altro della storia, per lasciare a coloro che ancora devono leggerla il gusto di immergersi nella trama e nei suoi numerosi colpi di scena. Né mi dilungherò in una analisi critica dell’opera in sé: i commenti miei e di molti altri lettori sul sito Inuyasha’s Portal Fan Fiction, a cui la Manni ha risposto quasi sempre, costituiscono nel loro complesso una recensione molto più approfondita di qualsiasi cosa io possa scrivere in questa sede. Inoltre, non è questo il mio scopo: quello che voglio fare, infatti, è vedere se Esbat possa rientrare all’interno della corrente della narrativa italiana che va sotto il nome di New Italian Epic, o NIE.

 

2. Uno sguardo d’insieme

Il primo capitolo di Esbat è stato pubblicato su internet il 20 giugno 2007, l’ultimo – il ventesimo – l’8 ottobre dello stesso anno. Quattro mesi scarsi per la prima stesura, dunque. La seconda, quella che apparirà nelle librerie, sarà diversa: per ovvi motivi, saranno cancellati i riferimenti a personaggi reali e al manga originale. Tecnicamente, quindi, non sarà più una fanfiction; ma in realtà, già nella prima versione era difficile definirla come tale, visto che si distacca dalle opere tipiche del fandom sia in termini qualitativi che in termini concettuali. I personaggi tratti da Inuyasha riprendono sì molte delle caratteristiche che hanno nel fumetto, ma le sviluppano in maniera tale da allontanarsi molto dal canon, e più si va avanti nella narrazione più diventa importante il ruolo dei personaggi appartenenti al nostro mondo, e il legame con le vicende del manga diventano sempre più deboli. Comunque, sta di fatto che i nomi dei personaggi saranno sostituiti con altri nuovi; qui, però, analizzo la versione originale di Esbat, perché è proprio la sua natura di fanfiction che ritengo essere un elemento interessante per approfondire il discorso sul NIE.

L’espressione “nuova narrativa epica italiana” viene usata per la prima volta da Wu Ming 1 nel marzo 2008, in un intervento alla McGil University di Montréal, stando a quanto dice lo stesso nel saggio che ha dato vita al dibattito sul NIE. Cinque mesi dopo la fine di Esbat, quindi una buona dimostrazione del fatto che alla nebulosa di questa corrente si avvicinano tanto scrittori veterani quanto gli esordienti, come la Manni.

Al saggio di Wu Ming 1 sono seguiti molti altri interventi, di cui si può trovare un elenco esauriente su Carmilla; tuttavia, nell’analizzare il rapporto di Esbat con tale corrente mi rifarò esclusivamente a questo primo pezzo (leggibile nella sua interezza qui), sia perché è in esso che sono elencati i tratti distintivi del NIE, sia perché gli altri saggi in materia allargano la discussione ben oltre gli obiettivi di questa mia breve analisi, che mira principalmente a verificare quanto il romanzo della Manni sia rispondente alle caratteristiche individuate da Wu Ming 1.

 

3. Entrare nel profondo

Il mondo è andato avanti

Chiunque abbia visitato il blog della Manni sa che la principale fonte di ispirazione dell’autrice è Stephen King, in particolare il King della Torre Nera. Il maestro americano viene omaggiato più volte in Esbat, esplicitamente nel primo capitolo, con il riferimento a Misery, implicitamente con il personaggio di Chris (capitolo 8 e altri successivi). Ma l’influenza kinghiana, soprattutto nei primi capitoli, è molto evidente nello stile, che gradualmente diventa più personale – non dimentichiamo che, a parte alcuni divertissement precedenti, Esbat è la prima opera narrativa della Manni. Questo elemento è importante: King, oltre ad essere un autore di riferimento anche per Wu Ming 1, è sicuramente uno dei principali autori epici moderni, almeno a partire da L’ombra dello scorpione (1978) per arrivare alla già citata Torre Nera.

Certo, nel romanzo ci sono richiami anche ad altri autori ed opere. Il gatto Ryoga (capitolo 4) viene descritto in termini simili al McGuffin di 54; la terribile scena della Takahashi che costringe Sesshomaru a guardare la televisione affianco a lei, come un innamorato (capitolo 15), riporta alla mente la danza di Frankenstein con la moglie risuscitata, nella versione cinematografica di Branagh (1994). Tuttavia King resta la presenza principale, ed è anche la chiave per affrontare il discorso del rapporto tra Esbat e il NIE. Nel primo capitolo la citazione di Misery riguarda il potere dello scrittore sulla storia, riprende l’interrogativo di Paul Sheldon: “Puoi, Paul? Puoi farlo? Puoi rendere vero quello che non ha senso?”. La Takahashi lo fa, e lo fa per imporre un ordine ferreo, il Bene dominante e il Male che scompare. Un finale autocelebrativo, compiaciuto come la sua autrice. E cosa ci dice Wu Ming 1 della letteratura degli anni ’90? “Arte e letteratura non ebbero bisogno di saltare sul carrozzone dell'autocompiacimento, perché c'erano salite già da un pezzo, ma ebbero nuovi incentivi per crogiolarsi nell'illusione, o forse nella rassegnazione”. Se la mangaka sia rassegnata o meno è difficile dirlo, ma la similitudine c’è. Come l’11 settembre 2001 arriva a spazzare via la fiera delle vanità dell’occidente, così l’arrivo di Sesshomaru nel nostro mondo sconvolge l’opera e la vita stessa della Takahashi. In entrambi i casi due dimensioni prima ignorate – una come realtà secondaria dell’ordine globale, l’altra come creazione della mente – irrompono nel vissuto di tutti i giorni, provocando sconvolgimenti profondi e incontrollabili.

Naturalmente, non intendo dire che i personaggi di Esbat siano un’allegoria dei recenti eventi storici, sarebbe un’assurdità, nonché una banalizzazione della storia. Ma sostengo che a livello profondo, probabilmente inconscio, le due narrazioni seguono il medesimo percorso. Se consideriamo che, nelle parole di Wu Ming 1, il NIE è “un'unica - ancorché vasta - nebulosa narrativa” e non una scuola dalle regole rigidamente delineate, allora già questo primo passaggio ci suggerisce che il romanzo può avere delle “affinità profonde” con quelli che vengono considerati interni alla corrente.

L’epos in Esbat

“L'uso dell'aggettivo "epico", in questo contesto, non ha nulla a che vedere con il "teatro epico" del Novecento o con la denotazione di "oggettività" che il termine ha assunto in certa teoria letteraria. Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose: guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all'interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell'intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso. Spesso il racconto fonde elementi storici e leggendari, quando non sconfina nel soprannaturale [...] Inoltre, queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose, "a lunga gittata", "di ampio respiro" e tutte le espressioni che vengono in mente. Sono epiche le dimensioni dei problemi da risolvere per scrivere questi libri, compito che di solito richiede diversi anni, e ancor più quando l'opera è destinata a trascendere misura e confini della forma-romanzo, come nel caso di narrazioni transmediali, che proseguono in diversi contesti”

Così Wu Ming 1 nel suo saggio. Ora, le vicende narrate in Esbat hanno una certa natura avventurosa, per quanto anche le scene d’azione più crude avvengano in spazi ristretti che poco si confanno all’immaginario del genere. Di sicuro le storie personali dei protagonisti sono all’interno di un conflitto più vasto, ma – e qui c’è la prima sfasatura dalla definizione del NIE, ma che potrebbe fare da preludio ad un suo allargamento – questo conflitto non riguarda classi, nazioni o umanità, ma entità appartenenti ad un altro mondo, un mondo che però è intimamente correlato al nostro; entità che arrivano ad assumere forme divine o aspiranti tali. Detto questo, non c’è più bisogno di dire che gli eventi narrati sconfinano nel soprannaturale: è la cifra dell’opera. E fondamentale è pure la mescolanza di elementi storici e leggendari, come dimostra l’abbondanza di descrizioni esaurienti di Wicca, Gilania, e del pensiero di Crowley.

È una narrazione di ampio respiro, Esbat? Certamente sì; lo è stata sin dall’inizio, nel suo proposito di trasformarsi in qualcosa di più di una semplice fanfiction, e lo è ancora adesso, con la Manni impegnata a scrivere il seguito del romanzo, Sopdet[2]. Non essendo nella sua mente, non so se l’autrice consideri epici i problemi sorti nella realizzazione dell’opera, ma leggendo il suo blog possiamo essere certi che ad essi pone molta attenzione; e anche se non ha impiegato anni, la ricerca alla base degli eventi narrati è corposa, impossibile negarlo.

Un discorso interessante si può fare sulle diramazioni transmediali, ma ci tornerò dopo.


New Fanfiction Epic

“Il New Italian Epic è sorto dopo il lavoro sui "generi", è nato dalla loro forzatura, ma non vale a descriverlo il vecchio termine "contaminazione". "Contaminazione" alludeva a condizioni primarie di "purezza" o comunque nitore, a confini visibili e ben tracciati, quindi alla possibilità di riconoscere le provenienze, calcolare le percentuali per ottenere aggregati omogenei, saper sempre riconoscere cosa c'è nella miscela. Oggi c'è uno scarto, si è andati oltre, la maggior parte degli autori non si pone neppure più il problema [...] utilizzano tutto quanto pensano sia giusto e serio utilizzare. Giusto e serio. I due aggettivi non sono scelti a caso. Le opere del New Italian Epic non mancano di humour, ma rigettano il tono distaccato e gelidamente ironico da pastiche postmodernista. In queste narrazioni c'è un calore, o comunque una presa di posizione e assunzione di responsabilità, che le traghetta oltre la playfulness obbligatoria del passato recente, oltre la strizzata d’occhio compulsiva, oltre la rivendicazione del "non prendersi sul serio" come unica linea di condotta. Va da sé che per "serio" non s'intende "serioso". Si può essere seri e al tempo stesso leggiadri, si può essere seri e ridere. L'importante è recuperare un'etica del narrare dopo anni di gioco forzoso. L'importante è riacquistare, come si diceva al paragrafo precedente, fiducia nella parola e nella possibilità di "riattivarla", ricaricarla di significato dopo il logorìo di tòpoi e clichés”

Questa è, per Wu Ming 1, la condicio sine qua non, senza la quale un’opera non può appartenere al NIE. Più avanti prosegue parlando di “rifiuto della tonalità emotiva predominante nel postmoderno”. Credo che Esbat si possa riconoscere in un simile intento. La narrazione non è distaccata né gelida, semmai il contrario: discorso diretto e indiretto contribuiscono ad aumentare il coinvolgimento di autore e lettore nelle vicende narrate, più volte ho avuto la sensazione di trovarmi lì, vicino ai personaggi nei momenti più drammatici.

Wu Ming 1 cita la definizione del postmodernismo data da Umberto Eco, quella dell’autore postmoderno che non può dire più “Ti amo disperatamente”, perché è una frase da romanzo rosa. Ma cosa fa la Takahashi quando (capitolo 18) uccide il personaggio che mai avrebbe voluto uccidere? “Piange tutte le lacrime del mondo”. Semplice. La disperazione immensa, straziante, di una donna, in una frase semplicissima, un’iperbole quasi da discorso colloquiale. Ma la forza di queste parole è immensa, proprio perché arrivano al termine di un capitolo di grande tensione, e sbatte in faccia al lettore il dolore vero, quello che non ricorre a perifrasi. Un autore postmoderno non ne sarebbe stato in grado, la Manni ha “ricaricato di senso” la frase emotiva.

Andiamo avanti, con le altre caratteristiche del NIE, ricordando che non è necessario che tutte si riscontrino in un’opera per poterla assimilare a questa narrazione.

- sguardo obliquo, azzardo del punto di vista: in Esbat lo sguardo è apparentemente fisso, quello di un narratore esterno (molto kinghiano) che racconta la storia. Ma non è così semplice: la storia parte da una autrice, la Takahashi, che decide le azioni di personaggi di un altro mondo. Ma cosa fa l’autrice di Esbat, se non la stessa cosa? La Takahashi maltratta Sesshomaru e lo costringe ad azioni indegne di un nobile demone, ma perché, la Manni cosa fa? La stessa cosa, e in quanto a crudeltà si spinge anche oltre. Quando il lettore ci fa caso, autrice-personaggio ed autrice vera iniziano a sovrapporsi[3]; ma anche l’autrice-personaggio, al pari di Sesshomaru, è manovrata da altri: dall’autrice vera, ma anche da Naraku, in forme indirette e contorte. A questo punto, la confusione aumenta, le forze che muovono le azioni dei personaggi si moltiplicano. Se nel romanzo possiamo individuare “eroi epici”, questi sono Ivy e la Takahashi, cioè coloro che con la loro arte sono in grado di determinare gli eventi del mondo di Naraku e Sesshomaru, ma nel momento in cui scoprono di esserne capaci perdono la possibilità di farlo come più desiderano, vengono travolte dagli eventi. Per usare le parole del saggio di Wu Ming 1, “influiscono sull’azione in modo sghembo”

- complessità narrativa, attitudine popular: “Il New Italian Epic è complesso e popolare al tempo stesso”. Anche Esbat. Sulla complessità, penso di aver già detto molto; sulla popolarità, basti andare a vedere il numero di commenti negli archivi di fanfiction in cui il romanzo è stato pubblicato, archivi dove spesso le opere migliori vengono snobbate a favore di storielle scritte in poco tempo e per raccattare facili complimenti.

Non voglio dilungarmi troppo su questo punto, ma una cosa va detta: la Manni racconta di riti esoterici, di dimensioni parallele, di storie d’amore e rivalità tese tra due mondi diversi. Ma raccontando tutto questo traccia uno spaccato del Giappone e dell’Italia di oggi. A parer mio sono poche le opere della pop culture in Italia a riuscire in questo intento.

- storie alternative, ucronie potenziali: in Esbat non si fa “storia alternativa”; tuttavia, riagganciandomi a quanto detto nella nota 2, in Sopdet gli eventi storici del Novecento assumono grande importanza nell’azione di Naraku e Sesshomaru, quindi non si può dire che questa caratteristica sia completamente ignorata, anzi.

Invece, è importante concentrarsi sul concetto di “what if potenziale”. Il what if? è, nel mondo delle fanfiction, un genere a sé, anche se in effetti tutte le fanfiction, nel fondo, nascono dalla fatidica domanda: “Cosa succederebbe se...?”

Anche Esbat nasce così. Cosa succederebbe se i personaggi di Inuyasha si ribellassero al trattamento imposto dalla Takahashi? Certo, non è il what if? di cui parla Wu Ming 1, ma, a livello meno universale, è comunque un momento di snodo, un momento in cui tutte le strade sono aperte: Sesshomaru ha imposto alla mangaka di cambiare il finale, ma il come è tutto da vedere: Naraku vuole influire, la Takahashi segue la propria passione irrazionale, in campo c’è anche Ivy, per non parlare di fan ed editori. Tutto può succedere, ma non tutto succederà veramente. E ci sono eventi già scritti che vengono stravolti, ma sono gli eventi del manga. È epica anche questa? Ad altri l’ardua sentenza

- sovversione “nascosta” di linguaggio e stile: qua, purtroppo, non mi posso pronunciare, essendo le mie competenze in materia decisamente limitate. Non è molto professionale scrivere una cosa simile in un’analisi, ma ancor meno professionale sarebbe millantare conoscenze che non ho.

- oggetti narrativi non identificati: di certo Esbat non è un UNO, come può esserlo Gomorra di Roberto Saviano o Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones. È un romanzo, contiene elementi che forse romanzeschi non sono, ma non contiene “di tutto”; può essere incasellato senza timore di sbagliare. Un dubbio però c’è: romanzo originale o fanfiction? Il problema sarebbe stato inconsistente in altri tempi, quando il copyright non c’era (e personaggi come Ulisse e Orlando venivano utilizzati senza problemi da autori di tutte le epoche), oggi però una sua importanza, per quanto ridotta, ce l’ha. E la versione con i nuovi nomi può rimuovere la questione esteriormente, ma non cancellarla.

- comunità e transmedialità: cosa dice a proposito Wu Ming 1?

“Ogni libro del New Italian Epic è potenzialmente avvolto da una nube quantica di omaggi, spin-off e narrazioni "laterali": racconti scritti da lettori (fan fiction), fumetti, disegni e illustrazioni, canzoni, siti web, addirittura giochi in rete o da tavolo ispirati ai libri, giochi di ruolo coi personaggi dei libri e altri contributi "dal basso" alla natura aperta e cangiante dell'opera, e al mondo che vive in essa. Questa letteratura tende – a volte in modo implicito, altre volte dichiaratamente - alla transmedialità, a esorbitare dai contorni del libro per proseguire il viaggio in altre forme, grazie a comunità di persone che interagiscono e creano insieme. Gli scrittori incoraggiano queste "riappropriazioni", e spesso vi partecipano in prima persona”

Per Esbat avviene il contrario: è il libro a essere generato da una fanfiction, per giunta la fanfiction di un fumetto. Nasce come atto di transmedialità. La Manni si è riappropriata di Inuyasha, mossa – come molti – da una insoddisfazione per come Rumiko Takahashi ha sviluppato la storia, svilendo i personaggi migliori e cadendo nei clichè degli shonen manga dopo un inizio promettente. Eppure, ora Esbat sta avendo il destino delle opere del NIE. In piccola scala, ovviamente, visto che per ora è conosciuto e apprezzato solo da una ristretta cerchia di lettori online, eppure disegni ed illustrazioni non mancano, così come parodie, citazioni scherzose in altri contesti, e via dicendo. Non solo, ma la forza narrativa di Esbat è tale da influire anche sul fandom. Alcuni autori di fanfiction su Inuyasha – e mi inserisco tra questi, ma potrei citarne altri, come Laurie – nello scrivere le proprie storie non si ispirano più solo all’opera della Takahashi, ma anche al modo in cui Naraku e Sesshomaru sono stati descritti dalla Manni. Il canon non è più solo Inuyasha, ma anche Esbat.

Influente, ma anche influenzato. Esbat è l’opera individuale della Manni, e solo di lei, ma le sue caratterizzazioni dei personaggi di Inuyasha non nascono dal nulla: alle spalle ci sono mesi e mesi di discussioni su forum dedicati all’opera della Takahashi, discussioni a volte serie e a volte scherzose, nelle quali tanti fan, andando oltre la semplice “venerazione”, hanno sviscerato i personaggi, li hanno interpretati, hanno cercato di colmare le numerose lacune della storia originale. Il risultato di queste discussioni è stato rielaborato dalla Manni, Esbat è il risultato. L’attività comunitaria ha reso possibile l’emersione di un talento individuale.

Alla fine della fiera

“Al fondo, tutti i libri che ho citato dicono che qualunque "ritorno all'ordine" è illusorio [...] La vera guerra è il conflitto senza fine tra noi, la specie umana, e la nostro tendenza all'auto-annichilimento [...] Tracotanza e ristrettezza di vedute sono quello che non possiamo più accettare”

Esbat si chiude con un ritorno all’ordine, ma l’ultima riga dell’ultimo capitolo ci dice quanto questo sia illusorio. I mondi ormai sono entrati in contatto, non possono essere più recintati, rinchiusi nella pagina di un manga. Si mescoleranno, come in Havana Glam di Wu Ming 5. In Sopdet, Naraku se ne renderà conto. La tendenza all’auto-annichilimento è propria della specie umana, e in Ivy e nella Takahashi si nota molto, e molto influisce nel conflitto tra titani che domina il romanzo. Potevano salvarsi, le due? Forse sì, senza la tracotanza che la mangaka esibiva nei primi due capitoli, senza la ristrettezza di vedute dell’ambiente in cui Ivy sta trascorrendo la sua adolescenza.

Allora si può dire che Esbat è assimilabile alla nuova narrazione epica italiana? Dopo tutto quello che ho scritto, credo di sì. Ma adesso potrebbe emergere un’altra domanda, un po’ imbarazzante:

“E allora?”

Qualcuno potrebbe dire che non cambia nulla, che il piacere o la noia della lettura non varia a seconda della corrente di appartenenza dell’opera. Indubbiamente è così, ma non è solo questo.

Il saggio di Wu Ming 1 insiste molto sulla storia, come background del NIE, come elemento portante di molte opere epiche, come materiale di lavoro. Ma Esbat ci dice che si può fare epica lavorando non tanto sulla Storia, quanto sulle storie; che le opere e le vite di altri autori possono diventare il punto di partenza per riflessioni più ampie, storie che abbracciano panorami più vasti (e Wu Ming 1 forse è d’accordo, se apprezza l’opera di un suo collega di collettivo, Stella del mattino); che le forze che entrano in conflitto sono non solo quelle storiche, ma anche quelle degli archetipi letterari; che l’allegoria può essere non solo metastorica, ma anche metaletteraria, se non entrambe le cose: in Esbat ci sono tre luoghi, il mondo umano, il mondo di Naraku e Sesshomaru, e il mondo intermedio del manga, filtro tra i primi due, e la narrazione rimbalza da uno all’altro; in questa flipper va ricercato l’allegoritmo del libro, per metterlo poi a confronti con quello delle opere del NIE.

Se quanto ho scritto nei paragrafi precedenti è corretto, Esbat non risponde a tutti i canoni del NIE. Ma in alcuni casi la differenza non implica una divergenza, ma potrebbe anzi fare da preludio ad un allargamento del campo della nuova epica italiana. In fondo, se è una nebulosa è nella sua natura di espandersi. E se espandendosi può contribuire a mettere in evidenza e a dare nuove spiegazioni al fenomeno del fandom come soggetto creativo, allora tutte queste pagine di analisi non saranno state inutili.

Il mondo delle fanfiction non è ancora molto noto agli editori italiani. Forse la pubblicazione di Esbat, e il successo che auspico per questo libro, potrà cambiare qualche cosa. Ma per questo si può solo attendere.

 

4. Una considerazione finale

Lara Manni è una mia amica. Ho visto Esbat nascere e svilupparsi, così come sto assistendo allo sviluppo di Sopdet. Inoltre, credo di essere amico anche della scrittrice che ha convinto Lara a tentare l’impresa della narrazione.

Dico questo perché è giusto riconoscere che forse il mio punto di vista non è completamente imparziale, anche se mi sono sforzato di argomentare nella maniera più oggettiva possibile. Rileggendo quanto ho scritto, noto tante possibili imperfezioni: basarsi sul solo articolo di Wu Ming 1 potrebbe essere riduttivo; cercare di dimostrare l’appartenenza di Esbat al NIE quando è chiaro che sin dall’inizio se ne è già convinti non è un metodo scientificamente molto corretto; le citazioni del saggio potrebbero sembrare estrapolate dal contesto e selezionate ad arte per convalidare la mia tesi. Tutte critiche legittime, a cui non posso rispondere se non garantendo la mia buona fede e invitando a leggere il libro per verificare di persona se i miei argomenti siano ragionevoli o meno. Un po’ poco, ne convengo, ma è per dire che ogni critica sulla sostanza di quanto ho scritto è bene accetta, ma non le accuse – che ho scoperto essere molto frequenti nel mondo letterario – di parlare bene di un autore solo perché è amico, o simili.

Non dico che sono così onesto che non lo farei mai, ma di certo non scriverei sei pagine di analisi solo per amicizia. Per mia fortuna, non sono così altruista.

Certo, questo saggio nasce anche per motivi affettivi. Ma è affetto nei confronti di una storia, e del tentativo di affrontare i tempi bui di un mondo che va avanti ricorrendo alla narrazione, alla parola, al ragionamento.

Bologna, 20 giugno 2008

 

 



[1] Degno di nota è che il vero finale di Inuyasha – pubblicato in Giappone il 18 giugno 2008 – pur non corrispondendo in vari aspetti a quello descritto dalla Manni in Esbat è comunque praticamente uguale nella sostanza buonista ed ottimista, al limite della bigotteria.

[2] Sopdet è, almeno a giudicare dai capitolo sinora pubblicati su internet, un’opera molto più complessa di Esbat, e più di questa risponde a molti dei criteri di epicità individuati da Wu Ming 1: in questo secondo episodio, infatti, sono proprio momenti di crisi e di svolta della storia recente (i conflitti mondiali, i movimenti degli anni Settanta) a fare da sfondo attivo alle vicende di Naraku, Sesshomaru ed Ivy. Se quindi consideriamo Esbat non come un romanzo a sé stante, ma come la prima parte di un’opera più vasta, allora anche il discorso della relazione con NIE si amplia, e gli elementi di affinità aumentano. Tuttavia, non essendo ancora ultimato Sopdet, l’analisi presente si limita sul solo Esbat.

[3] Informazione che posso dare a titolo di conoscente della Manni: Sesshomaru è il suo personaggio di Inuyasha preferito. E la Takahashi di Esbat si innamora di Sesshomaru. La sovrapposizione guadagna punti...


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